lunedì 14 aprile 2014

Quando il medico di base sbarca su Skype (in UK)

Medicina digitale, non solamente psicologia digitale. Oggi le agenzie di stampa riferiscono che i medici generici britannici visiteranno anche in collegamento via Skype quei pazienti che hanno difficoltà a muoversi. Si tratta di  una delle novità introdotte dal ministero della Salute d'oltremanica, nell'ambito di una sorta di rivoluzione  per gli ambulatori UK: d'ora in poi avranno orari di apertura estesi alla sera e al fine settimana per permettere anche a chi lavora fino a tardi, come ad esempio i dipendenti della City di Londra, di vedere il proprio dottore. Anche a distanza.
(Anche in Francia esiste da un paio d'anni qualcosa di simile, anche perchè gran parte dell'operato dei medici di base è comunque di matrice psicologico-ansiolitica. E in questo caso naturalmente un contatto in videochat è ottimale).

domenica 30 marzo 2014

La realtà virtuale e internet come luogo reale

Il controllo del fuoco risale al Paleolitico, mentre la ruota e la scrittura , di origine sumera, sono entrambe collocabili nel quarto millennio prima di Cristo. Quelle e tutte le altre grandi invenzioni dell’essere umano hanno richiesto molto tempo per essere operazionalizzate, divulgate, globalizzate. I tempi si sono ristretti sempre più, approssimandosi al XX secolo, grazie ai trasporti, alla comunicazione di massa, al metodo scientifico e alla condivisione delle informazioni. Fino all’era digitale. Questi ultimi anni comprimono la storia. L’effetto è strano: è possibile osservare dal vivo la rivoluzione digitale notando consapevolmente come idee, software e device stiano sagomando stili di vita, abitudini e modalità di relazione interpersonale.

Ora il percorso idea-progetto-realizzazione-nuovaideachesuperalaprecedente è talmente breve che ciascuno di noi tende a spazientirsi nell’attesa di un nuovo software o hardware annunciato appena dopo il lancio del modello precedente. Di fatto gli ultimi tre decenni hanno impresso (ed espresso) un’accelerazione esponenziale al consumo delle idee e della tecnologia fino all’attuale capillare diffusione della rete, che è in sé contemporanemente accesso, fenomeno, substrato, infrastruttura, denominatore comune. Internet-delle-cose, cioè la rete che tende a connettere tutti gli oggetti di uso comune, è visibilmente internet-delle-persone, ciòè filo rosso che unisce i viventi prima e meglio di una conoscenza reale, di un’ideologia comune, di un senso di appartenenza.

Internet è ontologia. Ci svegliamo connessi, ogni mattina. Cominciamo a nascere connessi, ogni volta che viene alla luce un nuovo nativo digitale. Internet è un connettoma esocorporeo che distanzia-avvicina chiunque tanto quanto le molecole contenute nell’aria che separa-unisce i nostri corpi. Se è così, la rete diventa l'universo, lo scenario, lo sfondo. E la connessione supera la competenza, il bisogno, l’utilità. Quando nasci sei vivo: semplicemente succede. Quando nasci sei on line: sta accadendo e basta.

Facebook compra Oculus Vr. espandendosi alla realtà virtuale dopo aver già inglobato immagini (Instagram) e messaggistica istantanea (Whatsapp). La vision pare complessa. Un social network è un luogo virtuale in cui si intrecciano relazioni reali, perciò la realtà virtuale potrebbe essere semplicemente un mondo (ri)costruito in cui spostare o agire quelle relazioni. Forse siamo già oltre. Se ricordiamo i Glass di Google e gli altri device che trasformeranno la nostra percezione del mondo in una percezione “aumentata”, è possibile fare un passo in più e arrivare a quando tutta la realtà sarà semplicemente un’inscindibile miscela di oggetti concreti e link. I palazzi, le persone, gli elettrodomestici, le strade: tutto sarà percorribile dal nostro corpo e allo stesso tempo navigabile dal nostro browser personale. Internet sarà il mondo – o viceversa – in cui ci muoveremo.

Cammineremo sfogliando pagine, attraverseremo incroci ma anche menu, stringeremo mani inserendole tra i contatti, parleremo di idee visualizzandole e condividendole. E l’Oggettività sarà sempre più multidimensionale e dinamica, personalizzata e interattiva. Che poi è quello che il nostro cervello fa già con la Soggettività. Ecco, sarà una nuova soggettività collettiva. Magari abitabile a diversi livelli di consapevolezza e di profondità. Aggiorneremo i nostri pattern vitali e relazionali come facciamo con i sistemi operativi. A quel punto coinvolgeremo la biologia.

giovedì 20 febbraio 2014

Whatsapp e la nuova psicologia (critica) della brevità

Facebook mangia Whatsapp. Whatsapp aveva già digerito gli sms convenzionali. Microsoft ha banchettato da tempo con Nokia. L’informatica ha dissolto la telefonia. Internet ha riposizionato il cellulare nella categoria “device mobile multifunzionale sempre connesso”.  Come noi. Organismi sempre in movimento e sempre a caccia di connessioni.
Le direzioni sono ben individuabili.
1)    In relazione al rapporto tra corpo e device. I terminali sono sempre più portatili, sempre più indossabili. Prima microtelefonini, poi microcomputer chiamati smartphones (cioè maxitelefonini ma universi condensati), poi gli smartwatch, quindi i tecnocchiali.
2)    In relazione al software. App per tutto, con un crollo dei prezzi e una moltiplicazione della concorrenza. Rispetto ai macrosistemi onnicomprensivi vince ora la microapplicazione capillare.
3)    In relazione allo stile di comunicazione. Brevità, sperimentazione, condivisione e ironia sono le parole d’ordine. Non lo squillo che ti disturba e ti incolla a un apparato costringendoti a parlare ovunque tu sia e qualunque cosa tu stia facendo, ma una serie di app aperte contemporaneamente (Facebook, Twitter, Skype, Whatsapp, Imessage, Snapchat...) che ti consentono di mantenere connettività estrema con tutta la tua vita e le tue relazioni. Il mondo è sempre con te. Pure troppo.
4)    In relazione al tempo. Le app ti liberano dalla necessità della risposta immediata ma ti fanno pagare in cambio il prezzo di una sensazione estrema di caducità e di un eterocontrollo micidiale. Chi parla con te sa se ci sei, se stai scrivendo, quando ti sei connesso l’ultima volta. Il software entra nelle emozioni e modifica le relazioni tra le persone, paradossalmente peggiorando la comunicazione invece di facilitarla (“con chi chattavi a quell’ora?”, “perchè non mi rispondi visto che sei on line?”). Inoltre la Snapchatmania insegna che la comunicazione non solo è breve nello spazio (numero di caratteri) ma anche nel tempo: una foto è per pochi secondi. I messaggi temporizzati “che si autodistruggeranno da soli”, stile 007, stressano ulteriormente la necessità di trovare significati e significanti che lascino tracce nella memoria, mentre il loro supporto si proietta come una stella cadente nella percezione del destinatario.

In sintesi ci stiamo abituando a dire sempre meno e sempre più in fretta, moltiplicando al massimo gli eventi comunicativi come somma di parti. Un’email sembra giurassica. Un discorso? Roba da Cicerone. Ora le conversazioni sono haiku senza metrica nè poesia. Per spiegare la trama di un film non si usa un paragrafo con una proposizione principale e alcune subordinate ma una serie di riga-acapo-riga-acapo. Così anche per la trama della propria vita.
E anche quando pensiamo stiamo cominciando a comprimerci. L’autonarrazione si sintetizza. L’autoesplicazione si minimizza. Gli spazi di pensiero si rinsecchiscono. I vuoti lasciati dalla caduta di articoli, punteggiatura, doppie, sono subito riempiti da zone verbose. Occorre riappropriarsi di quei piccoli anfratti morfologici. Che poi sono le cesure della poesia, le pause della musica, le ombre delle arti visive. La consapevolezza ha il compito di inserire bolle di tempo tra le parole e tra le sequenze.

E l’aiuto on line? Deve seguire questi canoni secondo il consueto modello dell’ascolto-intervento. La psicologia digitale deve assumere una brevità sempre maggiore nell’apertura dell’intervento, usando anche la messaggistica istantanea, ricalcare lo stile del destinatario della comunicazione supportiva, carpirne l’attenzione e interromperne rapidamente lo schema, quindi inserire bolle di tempo, consapevolezza e respiro anche nel dialogo mediato dalla rete. Tuffarsi, agganciare, riaffiorare, respirare. Per questo la mia nuova linea di ricerca si muove nella direzione di whatsapp: una disruptive technology che ha abbattuto la messaggistica telefonica e cambiato il modo di comunicare non può non essere studiata per modificare in maniera adattiva anche i sistemi di intervento psicologico, se la psicologia vuole essere uno strumento d’aiuto capace di intercettare i bisogni sul nascere, o di fare una prevenzione efficace già a livello di linguaggio.

martedì 5 novembre 2013

Facebook predice il futuro della tua coppia.

Amore e rete: nel febbraio 2014 sarà pubblicata e divulgata ufficialmente una nuova ricerca firmata da Lars Backstrom, ingegnere che orbita nel gruppo di Zuckerberg, e Jon Kleinberg, suo mentore nonché analista della Cornell University. Il campione è cubitale: 1,3 milioni di utenti che hanno su Facebook almeno cinquanta amici e indicano il proprio stato sentimentale con una tra le varie forme di relazione consentite dalle opzioni del social network. I due scienziati hanno così analizzato l’interazione tra le cerchie di amici on line delle persone che formano una coppia. Risultato: un’enorme matrice di 8,6 miliardi di collegamenti contenenti 379 milioni di gangli, cioè sovrapposizioni nodali delle relazioni d’amicizia sul social network. Proprio questi nodi rappresentano il criterio innovativo cui si sono dedicati gli autori dello studio, chiamandolo dispersione: in altri termini, è il modo in cui gli amici di lui e quelli di lei si sovrappongono o si disperdono nel social.

Tra le evidenze della ricerca:
1)    analizzando le reti individuali, nel 60% dei casi si riesce a individuare il partner anche senza sapere chi è
2)    una relazione ad alta “dispersione”, cioè con ampia e vissuta sovrapposizione tra cerchie di amici, ma anche con spazi di autonomia, dura più a lungo (sulla base dei cambiamenti di stato con ritorno a “single”) di quelle che invece condivideono tra partner solo sporadici individui o al contrario manifestano una sovrapposizione prfetta ed esaustiva.

A Facebook questo serve per targetizzare meglio la pubblicità. A noi umani per capire che anche on line le relazioni troppo distanti e quelle soffocanti non hanno vita lunga.

lunedì 23 settembre 2013

Social network e memoria di lavoro: nemici o amici?

Per quel che concerne la memoria di lavoro, sottoinsieme della memoria a breve termine secondo il ben noto modello di Baddeley (1974), il nostro cervello funziona un po' come la RAM di un computer. Può cioè tenere a disposizione del legittimo proprietario una mole di informazioni limitate per quantità e per durata. Abbiamo giusto il tempo di usare quei dati per un'azione successiva, per una decisione, una strategia o una memorizzazione a lungo termine. Così riusciamo a usare nomi, numeri, immagini che abbiamo sentito, letto o visto qualche secondo prima. Quando i dati sono tanti, il cervello li filtra in base alla capacità residua del sistema (+- 7 chiunks), e alla direzione della nostra attenzione. Quando le interferenze sono numerose, i dati si perdono per strada (prova a leggere un numero di telefono e poi una sequenza di lettere e vedi se ti ricordi ancora il numero). Inoltre più l'ambiente fornisce stimoli, più il filtro dev'essere efficace ed efficiente, consumando molta energia. Infine se qualcuno studia artificiosamente un modo per distrarti di continuo (vedi scaffali dei supermercati, percorsi dei centri commerciali, e simili) il tuo cervello prova una sensazione di disorientamento e diventa più affaticabile e permeabile alle suggestioni.

Erik Fransen del KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma è arrivato alle conclusioni che i social network fanno proprio questo effetto alla nostra memoria di lavoro: la sovraccaricano di dati in brevi lassi di tempo, di fatto sbaragliando le facoltà filtranti e impedendoci di gestire i contenuti che ci arrivano in modo strategico e ottimale. Di più: questo affatica la memoria e rende ardua la stabilizzazione dei ricordi. Rimedio suggerito: take your time. Cioè: prenditi delle pause e lascia sedimentare i dati sottraendoti al flusso informativo.
Traduzione: Fransen nota che i social network sono come un supermarket e hanno un indubbio effetto ipnotico (probabile neuroragione del loro successo oltre all'iperrelazionalità). Poi suggerisce di disinnescare l'automatismo ipnotico con brevi dosi di consapevolezza, una specie di versione on line della mindfulness.

Interessante. Però questo mi induce anche la riflessione contraria: se un social network è in grado di sovraccaricare la memoria di lavoro, questo significa che ne verifica e ne supera i limiti operativi. Perciò sarebbe possibile ripensare clinicamente questi ambienti on line anche in veste di efficaci trainer delle facoltà attentive ed esecutive.Usare in modo consapevole Facebook et similia potrebbe essere un metodo autoterapeutico per uscire dal loop, invece che un sistema passivo che ci immerge nella sabbia mobile dell'eterna contemporaneità degli eventi. Per esempio è possibile allenare la capacità di stare su un oggetto senza farsi distrarre; o di completare una sequenza operativa senza cedere alle interferenze; o di completare un task in un tempo ragionevole notando 1) se lo si è completato 2) quante volte e in quali casi la mente o lo sguardo si sono spostati. Un po' come in un centro commerciale, quando si decide di acquistare qualcosa di specifico e ci si reca lì apposta: prova a notare quanto passa prima che una distrazione ti rapisca, e osserva se all'uscita 1) hai comprato solo ciò che ti serviva, 2) ti sei ricordato di comprare quello che ti serviva.

lunedì 2 settembre 2013

"Mi piace". Basta un clic e il cervello si accende (nella zona delle dipendenze).


Quando qualcuno clicca "Mi piace" sotto un tuo post o una tua foto, senti quel piccolo frizzicorino, una specie di principio di entusiasmo, una minipaccasullaspalla, un "bravo!" che si manifesta da qualche parte della mente? E' il sistema di ricompensa acceso dai centri dopaminergici del tuo cervello che si è messo in moto. E a seconda della forza di questa risposta cerebrale, è possibile predire quanto tempo e quanto impegno spenderai prossimamente sul social network di riferimento.

Dar Meshi della Freie Univeritat di Berlino ha confrontato le immagini funzionali del cervello di 31 utenti Facebook mentre  accoglievano i like in arrivo e ha trovato una correlazione significativa tra l'intensità dell'attivazione del rewarding system  (nucleus accumbens, zona tegmentale-ventrale, cervello antico) e il prosieguo dell'attività di socializzazione e condivisione sulla rete.

Questo induce almeno due riflessioni da verificare nel tempo.

1- Poichè il sistema di ricompensa e i suoi problemi di inibizione funzionale sono coinvolti fortemente nella generazione di dipendenze da sostanze, alcol, sesso, gioco, è lecito attendersi che in soggetti geneticamente o neurologicamente predisposti, ogni like sia una dose verso un'ipotetica dipendenza.

2- Poichè dati empirici e ricerche confermano che le dipendenze sono spesso fenomeni trasversali (gioco-sostanze, gioco-sesso, sesso-sostanze) e anche alternabili (cesso con le sostanze attacco col gioco o passo dall'una all'altra), è ipotesi lecita che una dipendenza da socialità on line possa sostituirsi al consumo di sostanze (per esempio giustificando un decremento dei consumi nella popolazione di nativi digitali, insieme alla crisi economica), o aggiungervisi (istituendo una sorta di socialità compulsiva in cui la chimica cerebrale è modificata sia dagli agenti esterni che da quelli interni in sinergia). Terreno di ricerca.

lunedì 26 agosto 2013

La psicoterapia on line funziona. Ma dai?

therapy1Se ne accorgono anche i media, riprendendo qua e là titoli ed estratti di autorevoli pubblicazioni scientifiche.
Per esempio cliccando qui puoi leggere l'articolo di Business Insider  che cita il Journal of affective disorder: in una ricerca pubblicata nel mese di luglio, Internet-based versus face-to-face cognitive-behavioral intervention for depression, gli autori dimostrano come su un campione di 62 pazienti depressi l'intervento via pc sia efficace tanto quanto quello effettuato di persona, e abbia addirittura esiti migliori a livello di follow-up. A tre mesi daalla fine del trattamento, infatti, il 57% dei pazienti on line non ha segni di depressione, contro il 42% dei pazienti convenzionali.